“Espulsa. A 8 anni mi sono sentita dire che non potevo più andare a scuola, non perchè ero rimasta orfana di mamma, una bimba si sa le pensa tutte, non perchè non fossi abbastanza brava, o diversa dalle mie compagne. Semplicemente la mia colpa era di essere nata. Nata ebrea in quell’Italia del 1938: quella era la colpa. Ma ancora io non l’avevo capito”.
Comincia così il lungo racconto di Liliana Segre, un racconto che ha i toni della narrazione, che se non fosse chiaro che si tratta della testimonianza del suo personalissimo inferno, per un attimo, hai quasi l’impressione che stia parlando di qualcun altro. E lo dice anche lei, ora che è nonna e ha trovato, finalmente, il coraggio di parlare, che le pare che, la piccola Liliana di cui parla, sia un po’ come sua nipote.
La nipotina che a 12 anni si sentiva diversa là in Brianza, dove era sfollata col papà e non c’erano scuole private, e lei a quella pubblica non ci poteva più andare. Finchè un giorno il padre decise a malincuore, i genitori erano anziani e malati e non potevano seguirli, che era meglio rifugiarsi in Svizzera, ma alla frontiera vengono rimandati indietro.
È il 1942, e Liliana si ritrova in carcere, e poi sul binario 21 della stazione Centrale di Milano, in partenza per Auschwitz. E in testa una solo ossessiva domanda: perchè?
C’è un silenzio attento e partecipe al San Barnaba, gremito di studenti e cittadini venuti ad ascoltare la testimonianza di Liliana Segre in occasione della Giornata della memoria, che il mondo celebra, per non dimenticare l’olocausto. Sullo schermo scorrono le istantanee delle pagine di vecchi giornali, i disegni dei bambini, le immagini dei campi di sterminio e quella bimba col cappottino rosso che Spielberg ha reso icona nel suo Schindler’s List.
Una bimba come le tante che Liliana ha conosciuto nell’anno e mezzo trascorso ad Auschwitz, strappata al padre che era entrato nel forno il giorno del suo arrivo, costretta a diventare dura come una roccia, mentre il suo corpo diventava ogni giorno più esile.
“Una lupa affamata ed egoista, questo ero diventata” prosegue la Segre “perchè avevo deciso che volevo sopravvivere e per farlo scelsi di non amare più nessuno. Una lupa che nel gennaio del ’45 inizia la “marcia della morte” che mi porterà di campo in campo sempre più a nord, sorda al rumore delle teste spaccate di chi non ce la fa più a camminare, perchè ho in testa solo un pensiero: voglio vivere”.
Liliana ce l’ha fatta, alla fine è tornata nella sua Milano ed oggi passa gran parte del suo tempo ad incontrare i giovani per raccontare la sua storia, per non dimenticare mai.
È un lungo applauso liberatorio quello che accoglie la fine del racconto, e poi tante domande tante curiosità da soddisfare.
Paola Paganuzzi, che ha introdotto l’incontro inserito nel ciclo di conferenze “Di donna in Donna”, sottolinea il contributo dei ragazzi della quinta H del liceo Olivieri Maffeo che hanno curato il contributo filmato, del gruppo musicale Volks Populi e degli attori che hanno concluso la serata leggendo stralci di testimonianze.
Giornale di Brescia, 20 gennaio 2012




